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Nuovo illuminismo di Domiziana Giordano

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Life’s a bitch, and then you die.

1748042327_11581aaab8 C’è chi nasce con una famiglia, c’è chi nasce senza una famiglia. E c’è chi nasce in una famiglia di genitori non responsabili, quelli che mettono al mondo i figli per convenzione sociale: e allora questo, forse, è anche peggio. Questi bambini, questi figli, crescono male. A volte pensano o  tentano il suicidio a 13 anni a causa dello stress provocato da dentro le mura di casa; a volte muoiono, altre volte diventano delinquenti. Altre volte diventano artisti. Diventare artisti è una specie di miracolo. Vuol dire riuscire a trasformare la propria spazzatura in oro. Vuol dire riuscire a dimenticare il passato e vivere rielaborando la propria realtà in un mondo bellissimo. Vuole anche dire costruirsi una nuova vita dove non esistono  “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi” perché non si ha più una famiglia, non si hanno parenti, cugini, niente.  Questi figli, queste persone,  sono percepite dalla società come diverse, straniere, instabili, forse matte. In poche parole: inaffidabili e probabilmente pericolose per l’equilibrio sociale. Vivere l’infanzia con genitori che rinfacciano ai propri figli la causa del proprio fallimento -la loro nascita gli ho precluso la carriera e sogni di gloria- fortifica, nel figlio, forti sensi di colpa, (la lingua romanza è maschilista e le donne -costola dell’uomo- diventano persone di categoria B, quindi devo parlare al maschile) per cui questi si ritroverà a cercare nella vita – come da capitolo secondo di ogni manuale di psicanalisi- amici o partner che lo tratteranno male o, più frequentemente, persone che si approfitteranno di loro trovando terreno fertile nella loro insaziabile volontà di essere accettate. Esiste quindi, in queste persone, una profonda sfiducia in sé stessi che li accompagnerà tutta la vita. Non ci sarà psicanalisi che tenga: il disagio sarà sempre pronto a bisbigliare dubbi e tremori di fronte a decisioni da prendere. Quasi sempre si perderà tempo prezioso, quasi sempre si prenderà la decisione sbagliata pur di raccattare un po’ d’amore o quello che viene percepito come tale. Poi si cresce. “il mio analista mi dice che bisogna diventare genitori dei propri genitori. Credo la regola valga per tutti, quindi prova anche te: supera “l’essere figlio” e diventa “padre/madre” insomma, bisogna imparare a perdonarli”, spiega uno dei tuoi cari amici quando si è poco meno di adulti. E allora ci si impegna in questo compito che non è altro che avere pazienza, stringere i denti e tenere duro quando ti trovi, ancora una volta, a sentirti rinfacciare che si è dei buoni a nulla, e tutta quella serie di epiteti che sono la causa di tanta buona letteratura, la cui traduzione è comprensibile in tutte le lingue del mondo perché questi sono problemi che accomunano le famiglie di tutto il mondo. Hanno iniziato i Greci; noi continuiamo a scrivere gli stesi drammi, giorno dopo giorno, sordi della banalità celata dietro queste nevrosi che si ripetono come un mantra. Forse chissà, è proprio questa la formula d’adattamento psichico, la chiave d’interpretazione sui quesiti che pone questa cecità dell’analizzare la nevrosi, quella data e quella subita, questo loop senza fine, questa sorta di striscia di DNA che lega tutti gli esseri umani in una sola striscia, questa totale mancanza del senso del ridicolo che ci lascia lì, in piedi, a gridare, rossi in viso, le vene gonfie, tutto il malumore, la mala vita vissuta, la vita mala a venire, il futuro con genitori sempre più anziani e caparbi nel ricordare il loro malessere perché il figlio è lì, ancora una volta di fronte a loro. Questo specchio genetico di cui non si accetta successo o sfortuna sociale perché qualsiasi sia la sentenza la propria vita è passata e chi ha avuto ha avuto ha avuto, e chi ha dato ha dato ha dato e non si può scordare il passato perché il figlio è lì in piedi, con il viso rosso di rabbia, testimone vivente della causa della propria vita grama. E il figlio preso nella tenaglia della nevrosi oramai endemica lascia il pensiero alle nuvole, e d’improvviso ecco  questi due inutile procreatori di geni svanire nel nulla, mentre  il mantra continua e si serrano i denti perché la virtù risiede nella pazienza, come dicono i tuoi amici che hanno appena letto “le 101 storie Zen “ pubblicate da Adelphi che è una collana tanto bella da mettere in salotto e infatti tutti ne hanno almeno una decina, e deve dimostrare che si è all’altezza di essere persone mature e quindi pazienti e comprensivi e immune dal dolore che trafigge l’anima già precedentemente violata. Il dolore della perdita della pazienza, il dolore di volere, ancora una volta, reinventare la propria vita, e vedere sparire queste due figure, così come farebbe Houdini, questa massa di dna e proteine e adesso, come se non bastasse, anche di “bindings proteins” che mettono in dubbio anche la più ferrata ateicità perché queste fottute proteine fanno come gli pare a loro, e allora è tempo di riformulare l’epistemologia e istituzionalizzarla insegnandola a scuola durante l’ora di religione. Eccoli i genitori: hanno perso il loro valore affettivo e non servono più a nulla se non a ricordare di aver procurato una vita troppo dura per giustificare la loro voglia di procreazione per poi costringere i figli a mangiare la loro spazzatura esistenziale.

I figli che diventano artisti sono i più fortunati. L’esercizio quotidiano di reinventare sé stessi porta a sviluppare quella che io chiamo “un’intelligenza diversamente abile”. Lo spazio e il tempo assumono definizioni astratte: i concetti diventano tridimensionali. La mente dell’artista è simile quindi a quello dello scienziato. Le informazioni sono percepite come dati: questi formano una struttura concettuale materica sospesa nel proprio spazio mentale. E allora ci si gira intorno e si guarda come si guardano quelle sfere di cristallo che vendono a Venezia, quelle con mille sfaccettature. Si ha il tempo di studiare le varie possibilità d’interpretazione e quindi scoprire nuove soluzioni. Lo scienziato tirerà fuori soluzioni scientificamente tangibili e ineluttabilmente precise; l’artista tirerà fuori metafore visive di natura empirica. Una leggenda vuole l’artista come un essere noioso che chiede solo riconoscimenti e applausi. Niente di più falso: per l’artista (quello vero e non l’individuo che ha come unico scopo il diventare famoso), il produrre è una necessità come il respirare; se il lavoro è buono o meno è secondario all’atto della realizzazione. Gli artisti sono come perle: una malattia, un tumore dell’ostrica. Se si dovesse chiedere a un’artista come vede il mondo dal suo punto di vista, sarebbe come chiedere a una persona con gli occhi verdi di raccontare come vede i colori rispetto a una persona con gli occhi marroni.
La stessa domanda posta a una persona di scienze, darebbe lo stesso risultato. Il nostro secolo vede quindi il mondo, dell’arte e della scienza, legati indissolubilmente dalla medesima questione filosofica: l’atipicità del pensiero nella sua forma tridimensionale.

Commenti

papà! http://www.youtube.com/watch?v=UD3UVluoF0c
io ho due genitori che mi hanno sempre amato. e crescendo in QUESTO mondo ho potuto rendermi conto di quale grande fortuna sia e a non dare mai il loro immenso amore per scontato. e quindi non posso immaginare come ci si debba sentire in una situazione diversa, posso solo provarci. non so che aggiungere, forse che nella situazione in cui sei tu e chissà quante altre persone, il perdono e la compassione per loro sono l'unica soluzione.
Non è la mia autobiografia. E' un storia. Una storia di tanti. Probabilmente sono solo brava a scrivere! grazie comunque, ciao ! dg
E' un pezzo bellissimo e sono felice che non sia completamente autobiografico.
Non ho avvertito il bisogno di riflettere. Ti potrei dire: Potresti essere un'ottimo psichiatra, ma te lo risparmio, sei solo un'artista, é il "solo" non deve ingannare... felicemente "solo" io... felicemente "solo" tu, pur soffrendo come cani. Non potrei sbarazzarmi della mia paura, e del mio male, non sarei più capace a... a fare niente, non molto di meno di quello che faccio abitualmente. Non programmare. Non memorizzare. Abbiamo perso il treno, Domiziana, e ognuno per ragioni diverse. Tu perché eri solo una bambina, io perchè non c'ero ancora, e francamente non credo fosse poi così male il non esserci. Oggi non mi è più possibile vivere di effimero, il mondo corre e corre troppo, non c'è spazio... è tutto talmente ristretto, poco...
ciao Niko. Non è la mia autobiografia. Di mio c'è solo il fatto si essere un'artista e sapere cosa dico quando parlo della mente degli artisti. Non credo che l'arte nasca solo dalla sofferenza, sai? Ognuno è diverso e io, ti dirò, quando sono demoralizzata -e quindi triste - non riesco a produrre niente di buono. più si diventa grandi più non si trova il tempo per l'effimero. L'importante è non prendersi mai del tutto sul serio. A volte è difficile a ricordarselo, forse bisognerebbe scriverselo sul frigo. ciao !
Grazie per avere scritto questo articolo! Diceva Nietzsche nell'Aurora "L'artista malato rende malata l'arte". Prendendo spunto da qui per il mio commento: dico che c'è un momento in cui il disperato si avvicina all'arte e alla scienza per fuggire, e un momento in cui riesce a rinunciare alla disperazione per poter continuare completamente la sua arte o scienza. La disperazione è necessaria per raggiungere una visione particolare, diversa da quella collettiva (ma forse non è l'unica strada) così come lo è il suo superamento per poterla esprimere. Sentimenti redenti da angoscia permettono di avere una certa "felicità"(nel senso pre-pubblicitario del termine) che porta all' autodisciplina e all'ironia, base per poter padroneggiare ogni arte e scienza (Fromm, Golemann). Proprio Nietzsche, con un infanzia simile a quella che hai descritto, ha avuto poi suoi peggiori momenti (i capitoli finali dello Zarathustra ed Ecce Homo, mai letto niene di più insulso), dopo essere stato rifuitato dalla sua bella Von Salomè, quando prima aveva saputo vergare le più belle pagine della letteratura tedesca. Un artista perso nella sua incapacità di gestire l'emotività. Che poi sia diventato famoso proprio per la sua folli lascia capire come si devono ridurre i falsi artisti di cui parlavi. Saluti!